29 Maggio 2026
NewsDa Hormuz ai campi agricoli: il rischio lungo della crisi sulla sicurezza alimentare globale
“Siamo appena rientrati dalla Thailandia, dove abbiamo parlato con i nostri produttori di ananas, cocco e mais. Abbiamo visto con i nostri occhi le aree dei capannoni dove solitamente vengono stoccati i sacchi di fertilizzanti: vuote. C’è grande preoccupazione nella programmazione dei prossimi ritiri, perché una pressione sugli input agricoli oggi può tradursi in criticità concrete nei prossimi cicli produttivi.” Natasha Linhart, CEO di Atlante
La crisi dello Stretto di Hormuz sta assumendo una dimensione che va oltre il solo tema energetico e logistico. Il rallentamento dei flussi nel Golfo non incide infatti soltanto su petrolio, gas e trasporti marittimi, ma anche su una componente essenziale della produzione agricola globale: i fertilizzanti. Secondo la FAO, le interruzioni nel corridoio stanno già mettendo sotto pressione energia, input agricoli e commercio agroalimentare, con possibili effetti sulle rese dei raccolti nella seconda parte del 2026 e nel 2027.
Il punto più sensibile riguarda l’urea, uno dei principali fertilizzanti azotati utilizzati in agricoltura e fondamentale per sostenere le rese dei raccolti. La sua produzione dipende fortemente da energia e gas naturale, mentre la distribuzione è legata a catene di fornitura internazionali oggi esposte a forte instabilità. Quando il fertilizzante non arriva nei tempi corretti, o diventa troppo costoso, l’impatto non può essere recuperato facilmente più avanti: l’agricoltura segue calendari rigidi e le applicazioni devono avvenire in fasi precise del ciclo produttivo.
“È questo l’effetto “lungo” della crisi: prima aumentano i costi di produzione, poi gli agricoltori riducono gli input, rinviano le semine o lasciano parte dei terreni non coltivati; infine, il rischio si trasferisce sui raccolti successivi, sulla disponibilità di materie prime agricole e sui prezzi alimentari. La pressione non è quindi solo immediata, ma progressiva: parte dalle rotte energetiche e logistiche, ma arriva direttamente nei campi.” Natasha Linhart, CEO di Atlante
I primi segnali sono già visibili in Asia, dove diversi Paesi stanno entrando in fasi decisive di semina. In Thailandia, secondo quanto riportato dal Washington Post, alcuni agricoltori stanno valutando di non ripiantare riso o di coltivare con un minore utilizzo di fertilizzanti, a causa dell’aumento dei costi di carburante, urea, plastica e altri materiali agricoli. Il caso è rilevante perché il riso resta una commodity centrale per la sicurezza alimentare asiatica e globale. La situazione thailandese evidenzia bene il doppio schiacciamento che può colpire gli agricoltori: da un lato costi produttivi più alti, dall’altro prezzi di vendita non sempre sufficienti a compensare l’aumento degli input. A questo si aggiungono le difficoltà logistiche verso il Medio Oriente, che rappresenta uno sbocco importante per il riso thailandese. Il risultato è un equilibrio fragile: produrre costa di più, vendere può diventare più difficile e la scelta di ridurre le semine diventa, per alcuni operatori, una decisione economica obbligata.
Il tema è già entrato anche nel monitoraggio della FAO. Ad aprile 2026, il FAO Food Price Index ha raggiunto 130,7 punti, in aumento dell’1,6% rispetto a marzo e del 2,0% rispetto all’anno precedente, segnando il terzo rialzo mensile consecutivo. L’incremento è stato trainato soprattutto da oli vegetali, carne e cereali. Nel comparto cerealicolo, il FAO All Rice Price Index è aumentato dell’1,9% ad aprile, spinto dai maggiori costi di produzione e commercializzazione nei principali Paesi esportatori, in seguito al rialzo dei prezzi del greggio e dei suoi derivati. Anche questo dato conferma che il collegamento tra crisi energetica, fertilizzanti e alimentari non è teorico: sta già iniziando a riflettersi nei principali indicatori internazionali.
Per le filiere alimentari, il punto da monitorare non è quindi soltanto l’andamento immediato delle quotazioni, ma la tenuta dei prossimi cicli produttivi.
“Se fertilizzanti, energia e trasporti resteranno sotto pressione, l’impatto potrà emergere lungo tutta la catena: dai costi agricoli alle rese, dalla disponibilità di prodotto fino ai prezzi delle materie prime alimentari. La crisi di Hormuz rischia così di trasformarsi da shock energetico e logistico a shock agricolo. Il passaggio chiave è semplice, ma pesante: meno fertilizzanti nei campi oggi possono significare meno raccolti domani.” Natasha Linhart, CEO di Atlante
Ed è proprio questo effetto ritardato, meno visibile nell’immediato ma potenzialmente più strutturale, che il settore agroalimentare dovrà iniziare a considerare con attenzione.