8 Gennaio 2026
Media & StampaLa sfida dell’abbondanza nel food: volumi, prezzi e gestione della filiera
Dopo anni segnati da scarsità di materie prime, tensioni sulle filiere e instabilità climatica e geopolitica, il settore alimentare europeo si trova oggi di fronte a uno scenario diverso, ma non per questo più semplice: l’abbondanza.
In un contributo pubblicato su Gusto – Speciale Marca, inserto diffuso su diverse testate nazionali, Natasha Linhart, CEO di Atlante, riflette su questo cambio di paradigma e sulle sue implicazioni concrete per industria, distribuzione e retail. Un’analisi che sposta il focus dai volumi alla capacità di governarli, mettendo al centro la gestione strategica delle scorte, la valorizzazione della qualità e dell’origine, e il ruolo dell’export come leva di equilibrio.
Perché oggi la vera sfida non è produrre di più, ma trasformare l’abbondanza in valore duraturo lungo tutta la filiera.
Tra volumi e valore
La sfida dell’abbondanza nel food: un’analisi sulla complessa situazione che sta attraversando l’industria alimentare, tra criticità attuali e opportunità future
Per anni l’industria alimentare europea ha dovuto lavorare con il freno a mano tirato: la scarsità è stata la variabile fissa. La gestione della filiera si è trasformata in una corsa costante per assicurarsi le materie prime, cercando di mitigare i danni delle crisi. Abbiamo ancora impresse nella memoria le immagini delle scorse stagioni: le terre aride, la siccità che ha quasi azzerato i raccolti di olive in bacini chiave come la Spagna e l’Italia meridionale, le estati bollenti che hanno danneggiato la frutta in centro Europa, la crisi geopolitica che ha bloccato il grano nel Mar Nero e la crisi energetica che ha reso i costi del packaging, come vetro e lattine, insostenibili.
L’esito di questi problemi è stato un forte aumento dei prezzi per i consumatori e la consapevolezza diffusa che la vulnerabilità fosse diventata la nuova normalità del settore, dal campo alla distribuzione. Oggi, fortunatamente, il contesto è cambiato.
Stiamo vivendo quello che possiamo definire l’anno dell’abbondanza. In Italia, la vendemmia si chiude con un bilancio positivo: dopo due annate particolarmente difficili, la produzione è prevista in aumento di circa l’8 per cento, tornando in linea con le medie storiche. Anche cereali e grano raccontano una storia simile. Le rese d’orzo in Francia e Spagna sono aumentate di oltre il 20 per cento, il grano duro si sta riprendendo dopo anni di siccità e il grano tenero si avvia verso il miglior raccolto europeo dal 2015.
Ma l’attenzione è tutta sull’olio extravergine d’oliva, per il quale le previsioni indicano un aumento produttivo stimato in oltre il 20 per cento rispetto alla difficile annata precedente.
Eppure, proprio quando i silos sono pieni, emerge il paradosso dell’eccesso: più quantità non genera automaticamente più profitto.
L’aumento dell’offerta fa crollare i prezzi all’origine, mentre i costi operativi delle aziende agricole restano elevati, influenzati dall’energia e dalle crescenti richieste normative europee in materia di sostenibilità. Un raccolto abbondante, da solo, non basta più a coprire i costi se i prezzi scendono troppo.
Quando le quantità aumentano improvvisamente, il rischio è che le infrastrutture non siano sufficienti a trasformare quella quantità in qualità. L’olio d’oliva ossida, il riso assorbe umidità, l’uva non si conserva a lungo. In altre parole, trasformare il surplus in opportunità non è mai semplice.
Come CEO di Atlante, azienda che si occupa di portare il Made in Italy di qualità sui principali mercati mondiali, so bene che l’approvvigionamento di materie prime è soltanto il punto di partenza. La vera differenza la fa la gestione strategica delle scorte e la capacità di trasformare l’abbondanza in un vantaggio competitivo reale.
Questo richiede due tipi di interventi. Il primo è investire in logistica e processi circolari. Serve un cambio di mentalità: il surplus non è uno scarto, ma una risorsa. I volumi in eccesso, magari esteticamente non perfetti per la vendita diretta al consumatore, possono trovare nuove destinazioni. Atlante, ad esempio, sta lavorando alla trasformazione del germe di grano in una nuova bevanda vegetale, sperimentando modelli di produzione circolare.
Il secondo intervento riguarda la valorizzazione della qualità e dell’origine. È fondamentale enfatizzare l’unicità dei prodotti, dai benefici dei polifenoli nell’olio extravergine alla specificità territoriale delle denominazioni Dop e Igp. Attraverso private label ed edizioni limitate, è possibile intercettare un consumatore attento al valore, alla storia, alla sostenibilità certificata e alla qualità sensoriale.
L’abbondanza non dovrebbe servire a deprimere i listini, ma a costruire un cuscinetto strategico di scorte di alto livello, in grado di garantire la fornitura anche nelle annate future meno fortunate. In questo scenario, l’export resta una leva fondamentale. Il mercato nazionale non è in grado di assorbire picchi produttivi così elevati senza un forte impatto sui prezzi.
Gli Stati Uniti restano un partner importante, ma alla luce delle oscillazioni legate ai dazi è sempre più cruciale diversificare. I mercati asiatici e le economie emergenti offrono una domanda complementare e strutturata. Lavorare su nuove geografie significa diluire il rischio e assicurare che l’abbondanza trovi un ritorno economico adeguato.
La gestione di questi volumi eccezionali non può essere affrontata da un singolo attore. Produttori, agricoltori, distributori e retailer hanno bisogno di una visione comune. Solo investendo in modo coordinato, la prossima sfida climatica o geopolitica potrà trovarci non solo produttivi, ma strutturalmente pronti a trasformare la quantità in valore duraturo.